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sQUADRI SU VENEZIA

Foto di Carlo Bianco, Alida Canton, Vanna Rossetti

da venerdì 8 marzo a domenica 12 maggio 2019
Spazio Foto
Centro Culturale Casa A. Zanussi Pordenone

INAUGURAZIONE LUNEDì 8 APRILE 2019 ORE 17.30

In principio erano “sguardi”, su Venezia.

Poi, complice un errore di battitura, gli “sguardi” sono diventati “squadri” e ...tali sono rimasti, perché “squadrare” è molto più che “guardare”, perché gli sguardi sono tanti e passeggeri, e trovarne uno che sia nuovo, fresco, convincente, su Venezia, è quasi impossibile. A meno di non guardare a lungo e intensamente, di squadrare appunto, e, squadrando, “inquadrare”.


Scherzi linguistici a parte, il titolo, benché nato per caso, funziona perché porta in sé la parentela semantica con “inquadratura”, che non è certo questione solo tecnica, che dice il primo e fondante atto, di natura squisitamente estetica, della fotografia: la selezione di ciò che voglio far vedere, sottratto al fluire infinito delle percezioni che NON voglio far vedere.
Inquadrare è scegliere, dunque. E scegliere è operazione assolutamente soggettiva, anche quando l’obiettivo sembra aprirsi ad accogliere quanto più possibile del reale percepito, anzi, anche più della percezione stessa, più di ciò che l’occhio umano è in grado di cogliere.
È il caso delle fotografie di Carlo Bianco, degli scatti in bianco nero in cui, grazie a una tecnica ineccepibile, a una sorta di virtuosismo dell’alta risoluzione e all’ulteriore lavorio di lima della postproduzione, entrano nell’immagine i dettagli più minuti, fin le mollette della biancheria stesa su un filo lontano. Viene in mente il vedutismo veneziano, i begli scorci di un Canaletto o di un Guardi. Ma poi le analogie con il Settecento, con questa Venezia solatia, industriosa e rassicurante, finiscono qui: l’oltranza del dettaglio forza i limiti del reale, lo trasforma in una realtà che potremmo addirittura definire “aumentata”, e lascia in bocca l’amaro per tutto ciò che non siamo in grado di vedere, lo scacco di una restituzione del reale che è sempre parziale, fallimentare. Non a caso queste foto “iperrealistiche” hanno il loro contraltare in alcuni scatti che rimandano al pittoricismo, che imitano gli effetti del pennello o l’atmosfera d’antan delle tecniche fotografiche delle origini. Quasi a dire che tutto, anche la realtà apparentemente più solida, è frutto di interpretazione ed è, in qualche modo, “quadro” – giusto il titolo della mostra, che con una illuminate soluzione grafica, suggerisce di leggere “squadri” anche senza s, dunque “quadri”.
Anche la proposta di Alida Canton si articola in due parti, diverse e complementari sia da un punto di vista tematico che formale: a un primo gruppo di cinque scatti, la Venezia per così dire “di sopra”, si contrappone un gruppo di quattro immagini che colgono il rispecchiarsi della città sull’acqua, una Venezia “di sotto” che implica una inquadratura – un ulteriore diverso squadro – puntata verso il basso, così in basso da eliminare la realtà concreta e da selezionarne solo il riflesso. E questo è instabile, deformato dall’ondulazione dell’acqua, risolto in campiture cromatiche che, per la stranezza del punto di vista, risultano ai limiti dell’illeggibile, prossime all’astrazione. Paradossalmente però questa Venezia riflessa e acquatica è visivamente più pesante, per la forza del colore e la consistenza formale, della Venezia “di sopra”. I primi scatti infatti, pur realistici, restituiscono una città esangue, ai limiti del dissolvimento, o perché vista attraverso una rete che ne sgrana i contorni, o perché transustanziata dalla luce che, moltiplicata dall’acqua, si mangia la materia, spolpa le pietre, trasforma i muri in un diaframma lieve ed evanescente. Fino a far essere Venezia una fascinosa metafora del disfacimento.
Passando da un più a un meno di definizione, arriviamo alle immagini di Vanna Rossetti, un portfolio questa volta unitario, che si sviluppa come un piccolo-grande viaggio da una fermata dei vaporetti a un’altra. Persone in fila all’imbarcadero – è una giornata di pioggia, cielo scuro, colori pregni d’umido. Un anziano signore che se ne sta seduto, non parte, sonnecchia forse, con la testa grigia appoggiata al vetro, grigio. Scorci di archeggiature gotiche, dilavati dall’acqua che scivola sui finestrini del vaporetto. Chiazze di colore – un rosa antico, un giallo pallido – che si allargano tra il verde e il grigio dominanti, non sai se del mare o del cielo, ché tutto sembra impastato di quest’Acqua sostanziale. A stento emerge, quando lo sguardo spazia più lontano, una delle isole, sfocata come un’apparizione, come se fosse anch’essa fatta solo di brume e nebbia.
È una Venezia “sciolta”, quella di Vanna Rossetti, che riporta alla mente certe lontananze di Guidi; che restituisce una visione interiore, anzi una sensazione, quella di un freddo interno, che permea le ossa, che viene da dentro, una sensazione di freddo “spirituale” che mio nonno, veneziano, definiva “miseria”.
Fanno “miseria”, questi squadri di Venezia, fanno di Venezia, in un altro modo ancora, una poliedrica allegoria dell’esistenza, ben lontana da gondole, bricole e piccioni, dal profluvio di immagini ad uso e consumo dei turisti. Una Venezia che, a saperla prendere, squadrare e inquadrare, scegliendo di NON farne vedere gli aspetti più triti e consunti, può offrirsi ancora come punto focale di una intensa, personale visione.

Chiara Tavella
 


> La mostra è aperta fino al 12 maggio 2019

dal lunedì al venerdì 9.00-19.00 / sabato 9.00-18.00 / domenica 15.30-19.00

Chiuso 20, 21, 22 e 25 aprile e 1 maggio

Ingresso libero

  

 

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Centro Culturale Casa A. Zanussi Pordenone – Via Concordia, 7 – Pordenone
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