Vai al contenuto

Ventisei anni di cortometraggi, documentari, videoclip, videoarte e animazioni

In una scuola che si trova in un momento di cambiamento sembra che non manchi l’entusiasmo per mettere alla prova la creatività dei bambini e dei ragazzi attraverso percorsi educativi che vogliano rendere gli studenti consapevoli e padroni di un mezzo che appartiene così tanto alla loro vita da passare quasi inosservato.

Parliamo del mondo delle immagini che li avvolge dalla culla in poi, una dimensione quasi subliminale che accompagna la loro crescita attraverso i programmi televisivi, i film di animazione, la pubblicità. Ma non solo, perché ai ragazzi piacciono anche i programmi che non implicano necessariamente il solo divertimento, ma anche la curiosità verso conoscenze meno ludiche e più formative.
Il linguaggio multimediale appartiene sempre più al mondo dei ragazzi, anzi, è una dimensione ormai naturale, come fare sport, incontrare vecchi e nuovi amici, coltivare un passatempo: tutte cose che, oggi, possono assumere anche una forma virtuale, con una naturalezza sconcertante per le generazioni con qualche anno in più. Per questo educare ad essere critici e protagonisti in questa dimensione virtuale è importante anche per non perdere di vista la concretezza che si cela dietro un lavoro multimediale. Innanzi tutto le idee, e poi le tecniche per creare una sceneggiatura, la capacità di rendere credibile un contenuto attraverso una buona recitazione, e in seguito il saper maneggiare mezzi tecnici che oggi sono quasi alla portata di tutti, come una piccola telecamera e un computer.
Sono questi gli ingredienti per realizzare un buon lavoro multimediale, e non è che se ne manca uno il risultato è lo stesso. Solo un insieme ben assemblato di elementi crea un buon prodotto finale, che non può essere tale se dietro non c’è un insegnante appassionato di questa materia e un gruppo di ragazzi disposto a mettersi in gioco, ad esporre le proprie idee in immagini, perché un video non è un lavoro fine a se stesso, vive solo se è condiviso con un pubblico. Quindi ha bisogno delle persone all’inizio e alla fine del suo percorso, dal concepimento dell’idea alla visione finale di fronte ad altre persone.

Questo ci dice che la sola tecnologia, per quanto sofisticata, non basta.
In questa ventiseiesima edizione del concorso internazionale di multimedialità Video Cinema&Scuola sono state 150 le opere presentate, provenienti da una trentina di province italiane: hanno coinvolto circa 3500 studenti e 200 insegnanti di scuole del sud come del centro e del nord Italia, un segno positivo, questo, perché il diffondersi di questa cultura delle immagini è davvero generalizzato. Ogni anno la commissione si trova davanti opere sempre più interessanti, che affrontano i temi più vari, legati forse più alla sensibilità e al vissuto degli studenti che ai programmi scolastici. In questa edizione si è notato un salto in avanti della scuola media, che si è presentata con realizzazioni sorprendenti, rispetto al recente passato.
Un altro aspetto che conferma una tendenza di questi ultimi anni è l’aiuto di esperti esterni, di laboratori strutturati sul territorio per favorire la diffusione dell’educazione all’immagine, che operano in stretto contatto con la scuola. Il risultato sono esperienze formative indimenticabili, lo si vede dai backstage realizzati mentre si lavora per realizzare il prodotto finale, vere e proprie documentazioni in immagini di un lavoro didattico davvero importante e molto formativo. Ma, con i tempi che corrono, è lecita qualche domanda: si potranno ancora avere, in futuro, queste collaborazioni esterne? O si dovrà rinunciare a questo tipo di educazione? Speriamo vivamente di no. Sarebbe un impoverimento nella formazione delle nuove generazioni.
Martina Ghersetti