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Silvia Pezzato

Secondo premio - Sezione Junior

Russa per un anno

28 Agosto: il giorno del mio arrivo, dopo ben 25 ore di treno con madre e sorella ospitanti, che sono venute a prendermi a Mosca, essendo io l’unica ragazza AFS ad Ufa [American Field Service, associazione di volontariato fondata nel 114. L'attuale nome dell'organizzazione è AFS Intercultural Programs. Intercultura è la sua rappresentante in Italia (ndr)]. I più vicini a me sono quelli di Izhevsk: 5 ore di treno. Tante? Non direi. In Russia ci si abitua presto ai viaggi lunghi, perché i treni sono confortevoli, i russi parlano molto e i paesaggi sono letteralmente da favola: la steppa, le betulle, l’immenso Volga, i villaggi con le case di legno spesso colorate e lo stesso spente, ma non per questo brutte, con mucche, cavalli, oche e cani che girano per le stradine da mattina a sera. Le abitudini, i luoghi, la vita quotidiana, la scuola, il cibo, le persone... è tutto così diverso e affascinante!

Ed ecco le mie prime vere amiche: abiti firmati, scarpe col tacco, calze a rete, borse di Gucci o Prada e così via. Chiunque mi conosca un po’ sa che non è il mio stile e certamente i nostri gusti in fatto di film o di musica hanno ben poco in comune. Ma non è quello che conta, perché loro sono state le prime a chiedermi di uscire dopo scuola, mi aiutano con la lingua ripetendo lentamente o con altri termini quando non capisco. Infatti ora, più che parlare il russo, mi interessa quanto meno comprenderlo.
Il sentimento che provo è quello di voler essere partecipe almeno nella coscienza, poter ridere alle battute che vengono fatte in classe, capire cosa dicono quando menzionano l’Italia e mi guardano.
In un’esperienza del genere, le prime differenze culturali si presentano proprio a scuola. Qui, quando si arriva e si riparte dall’Istituto, ci si cambia le scarpe all’ingresso perché fuori le strade sono sporche... molto sporche.

Si inizia a studiare un anno dopo rispetto all’Italia e si finisce un anno prima, essendoci in tutto 11 gradi. È una cosa simpatica e rallegrante vedere i bambini che corrono su e giù per le scale, ti tagliano la strada, si nascondono dietro le porte a vetri o sotto i banchi abbandonati agli angoli dei corridoi. Inoltre, vivendo l’ambiente scolastico, ho capito il metodo giusto per conoscere davvero un’altra cultura: stare in società, cercare di avere più relazioni possibili, fare il primo passo, anche con una domanda semplice – “come si dice questa cosa in russo?” –, creare un contatto; perché gli altri possono essere timorosi quanto lo straniero, le cose da chiedere sono talmente tante che non si sa da dove cominciare, ma sono io che, nella mia posizione di estranea in terra nuova, posso vedere più degli altri le diversità.

Ho fatto discorsi lunghissimi con mammà, su questa società, i diversi aspetti scolastici, l’URSS, la tolleranza, la libertà, l’amore, la gioventù bruciata, la natura... il tutto sempre davanti ad una tazza di the e un pacco di biscotti da dimenticare e mangiare quando ormai il the si è fatto freddo, tra domande e risposte sudate, parole da tradurre, concetti nuovi da spiegare. Tutto ciò ha sicuramente dato tanto a me, quanto a lei.

Tanto a me, quanto ai russi, che rimanevano sconvolti o perplessi quando li rendevo partecipi delle differenze che notavo tra i due Paesi. Un’altra cosa di cui sono sicura su di loro è che possono essere persone fantastiche, ma – per la maggior parte – soltanto se sai come aprire i loro cuori.
Il mio grande impegno è stato il trovare le chiavi per ognuno di loro e, nel farlo, ho dovuto cercare anche nelle profondità di me stessa. Non dovevo aprire solo loro a me, ma anche me a loro. Ho dovuto trovare forza e coraggio, positività e ottimismo, volontà e tolleranza, pazienza e temperanza per ogni loro tirarsi indietro, dimostrarsi timidi o disinteressati, orgogliosi o insicuri. E come non dire che “ne è davvero valsa la pena”?

 

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